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THE CONCEPT

Who, Why, where . . .

… le nostre creazioni saranno quanto mai provvisorie, fatte per servire una volta soltanto. Se saranno esseri umani, daremo loro, per esempio, solo una metà del viso, una sola mano, una gamba, quella cioè di cui avranno bisogno nella loro parte. Sarebbe una pedanteria preoccuparsi della seconda gamba, che non rientra nel giuoco. Dal di dietro potrebbero essere semplicemente cuciti con una tela, oppure imbiancati. […] Il Demiurgo si innamorò di materiali sperimentati, perfezionati e complessi; noi daremo la preferenza alla paccottiglia. E questo semplicemente perché ci affascina, ci incanta il basso costo, la mediocrità, la volgarità del materiale. Capite – domandava mio padre – il senso profondo di questa debolezza, di questa passione per le veline variopinte, per la cartapesta, per la vernice, la stoppa e la segatura? Questo – proseguiva con un sorriso doloroso, – è il nostro amore per la materia come tale, per la sua pelosità e porosità, per la sua unica, mistica consistenza. Il Demiurgo, grande maestro e artista, la rende invisibile, la fa sparire dietro il gioco della vita; noi, invece, amiamo la sua dissonanza, la sua resistenza, la sua maldestra rozzezza. […] - In una parola, – concludeva mio padre, – noi vogliamo creare una seconda volta l’uomo, a immagine e somiglianza di un manichino.

--Jakub

BIO

Francesco D'Incecco

     Francesco D'Incecco

    Francesco D’Incecco è nato a Pescara nel 1977, si è diplomato in scultura presso L’Accademia di Belle Arti de L’Aquila nel 2003, ha partecipato a numerose mostra in diverse città italiane come Pescara, L’Aquila, Chieti, Siena, Napoli, Roma, Forlì e all’estero con una personale nel 2004 a Berna (Svizzera).
    Insegna Discipline Plastiche nella provincia di Chieti dove vive e lavora.

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Cel: +39 338 2470036
E-mail: franzdin@libero.it
info@francescodincecco.it

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GENERATIO AEQUIVOCA

Ancora nel tardo Ottocento, quando Pasteur fissa un dogma scientifico incontrovertibile, con il termine generatio aequivoca viene indicato il fenomeno della “generazione spontanea” del mondo animale. Entità biologicamente incerte reggono i confini di questo regno, dove l’abietto incrocia il sublime: esseri dai colori sgargianti e dalle forme impossibili, come il miserabile concime che dà loro coltura. Un microscopico universo in cui i nessi della derivazione causale non hanno campo, un miracolo infimo in cui l’assenza di Dio e delle sue leggi si tramuta in proliferazione incontrollata di forme organiche, libere dalle costrizioni della ragione e della teleologia. Di questa materia intimamente rivoluzionaria, atea, anarchica, eppure in grado di organizzarsi ed evolversi, son fatti i tanti automi che d’Holbac e Condillac e La Mettrie hanno sognato. Proprio quando Spallanzani confuta magistralmente la possibilità della generazione spontanea, von Kempelen costruisce il più famoso e falso dei meccanismi intelligenti: Il turco giocatore di scacchi, che al suo interno celava abilmente un nano. Insomma, dalla metà del Settecento, una genìa multiforme e varia inquieta e diverte i confini dell’Occidente. Sono automi, pupazzi, marionette, burattini, declinazioni infinite di stoffe e pieghi di carta, legni, molle, giunti vitrei e fantasiosi che s’insinuano ai margini della cultura e della vita e vanno ad occupare il terreno provvisoriamente vuoto ed ontologicamente ambiguo che l’infinita popolazione della “generazione spontanea”, ben più reale ma non meno bizzarra, ha lasciato libero, per sottomettersi anch’essa ad un principio di ragione deludente ed umano, cui pure per secoli aveva strenuamente resistito. Di converso, quello spazio inizia a proliferare di inattese creature, forme provvisorie che danzano su cellule di tempo impazzite, magie da baraccone, trucchi, giocolerie da saltimbanchi arrugginiti. Sono doppi, ombre o assenze di ombre, degradazioni, limiti d’esistenza e frantumi di vita, tuttavia ricomposti in un assemblaggio provvisorio e spesso divertito, che sa di paradosso. Bolle di senso che scoppiano rapide, giusto il tempo di far assaporare allo spettatore una fragranza d’imprevisto. Circoscrivono quel che resta di un territorio di libertà estrema, per secoli sottratto al dominio dell’intelletto e si propongono in irriducibile opposizione a tutto ciò che domesticamente siamo avvezzi a tener sotto il controllo dei sensi. O, che è lo stesso, nella ragionevolezza dei sensi. Già, perché è la sensazione ad illuderci che quell’ombra abbia una sua vita, quel manichino s’innamori, quell’osceno rocchetto si muova da sé. Kant e Hume considereranno quindi aequivoca piuttosto la sensazione, che la generazione spontanea. Non così Diderot, raffinato connoisseur di attori e manichini. E dei loro capricci. Niente più Paracelsi, col loro armamentario di alambicchi, fuochi e ventri di cavallo, robaccia da medioevo romanticheggiante. Non è più questione di creare la vita, ma di organizzare la materia verso la sensibilità e l’intelligenza. Ovvero, se l’intelligenza è limite, riscoprire nell’inanimato il regno puro dell’innocenza e dell’espressività. Com’è per von Kleist e le sue marionette, mentre Craig sognerà sulle rive del Gange una “supermarionetta” salvifica, a rifondare il teatro privandolo del deteriore e soggettivo elemento umano. Tra loro Schlemmer, inevitabilmente vicino a Craig, camuffa da fantoccio i suoi attoridanzatori. mentre intenerisce l’amore di Kokoschka per una bambola con le fattezze di Alma Mahler.

Si consideri questa universale spinta alla vita, si veda l’infinita prontezza, facilità ed esuberanza, con cui la volontà alla vita urge impetuosamente all’esistenza, con milioni di forme, da per tutto ed in ogni momento, mediante fecondazioni e germi, e, dove questi mancano, mediante generatio aequivoca, afferrando ogni occasione, impadronendosi bramosamente di ogni sostanza capace di vita: e poi si getti di nuovo lo sguardo sul suo terribile allarme e selvaggio tumulto, quando in una qualunque singola manifestazione deve abbandonare l’esistenza ; specialmente quando ciò avviene con chiara conscienza. È come se in questa unica manifestazione il mondo intero debba essere annientato per sempre…

Insisto su questo paragrafo: passata al vaglio di Schopenhauer, non è la generazione spontanea a rivelarsi irrazionale, piuttosto è lo stesso cieco principio della volontà a regolare l’intera serie delle sostanze capaci di vita e del loro sviluppo. Dunque, invertendo i termini della questione, non è più l’inanimato a farsi copia dell’animato, piuttosto entrambi inseguono il gioco vano dell’esistenza. E nessun diavolo, nessuno stregone regge più le fila di questo gioco.. Nessun bisogno neppure di forme, seppur vagamente, antropomorfe: per Kafka, l’indecente rivelazione avviene attraverso un rocchetto di filo (Il cruccio del padre di famiglia) che ha l’impossibile nome di Odradek, e che ha rotto in sé ogni principio di similitudine o verosimiglianza col mondo razionale delle forme. A Kafka fa eco il suo alter-ego polacco, Bruno Schulz, autore di quel trattato sui manichini che tanto ha influenzato Tadeusz Kantor, divenendo un leitmotiv del suo teatro. Schulz produce una sorta di genealogia al contrario, in cui non è la materia ad inseguire i principi gerarchici della forma, ma l’esistenza organica a rinverdirsi nell’oceano di possibilità inesplorate che l’inorganico offre alla mutevolezza. Jakub, il padre del protagonista, si produce in continue parodie di metempsicosi, ritrovandosi ora avvoltoio, ora scarafaggio, ora simulacro impagliato, mentre il fratello di lui concluderà la sua esistenza trasformato in tubo di gomma da clistere, delicatamente custodito dall’amata consorte su un cuscino. Vita, comunque, in ogni sua degradata mani- festazione. Vita svincolata dalla forma, come appunto le provvisorie figure del programma rivoluzionario di Jakub:

… le nostre creazioni saranno quanto mai provvisorie, fatte per servire una volta soltanto. Se saranno esseri umani, daremo loro, per esempio, solo una metà del viso, una sola mano, una gamba, quella cioè di cui avranno bisogno nella loro parte. Sarebbe una pedanteria preoccuparsi della seconda gamba, che non rientra nel giuoco. Dal di dietro potrebbero essere semplicemente cuciti con una tela, oppure imbiancati. […] Il Demiurgo si innamorò di materiali sperimentati, perfezionati e complessi; noi daremo la preferenza alla paccottiglia. E questo semplicemente perché ci affascina, ci incanta il basso costo, la mediocrità, la volgarità del materiale. Capite – domandava mio padre – il senso profondo di questa debolezza, di questa passione per le veline variopinte, per la cartapesta, per la vernice, la stoppa e la segatura? Questo – proseguiva con un sorriso doloroso, – è il nostro amore per la materia come tale, per la sua pelosità e porosità, per la sua unica, mistica consistenza. Il Demiurgo, grande maestro e artista, la rende invisibile, la fa sparire dietro il gioco della vita; noi, invece, amiamo la sua dissonanza, la sua resistenza, la sua maldestra rozzezza. […] - In una parola, – concludeva mio padre, – noi vogliamo creare una seconda volta l’uomo, a immagine e somiglianza di un manichino.

Una simile, distratta partecipazione alla vita muove i manichini di Francesco D’Incecco. “Figure da panottico” anch’essi, quasi soffrono di una loro tridimensionalità mal digerita, del maldestro assemblaggio che li ha provvisoriamente chiamati a far mostra di sé, con le illogiche protuberanze esibite quasi per dimenticanza o per sottolineare la “mistica consistenza” di un’assenza, di un deficit di senso. Non nascondono la loro storia; c’è anzi un insistito orgoglio nel conservare traccia della paccottiglia, se non proprio del pattume, da cui derivano. Non forme, ma traslati di forme, esitano nel nostro tempo per un attimo, tanto per sbalordirci della loro capacità di essere e non essere ciò che vediamo. Ancora trucchi, funambolismi di stile: gli succede di arrestarsi in pose sconvenienti, di lasciarsi spiare con un sesso turgido in mano o mentre orinano: ma è un simulacro d’azione, una relazione provvisoria tra le parti, una semiosi provvisoriamente comica che s’intreccia con i casi della vita. O della parvenza della vita. La stessa semiosi imperfetta, o provvisoria, ritrovo negli scritti di Francesco. Se lì è l’eterogenesi dei materiali, qui sono onomatopee fortuite, incidenti sul cammino del significato, grafemi più che fonemi. Francesco “griffa” le parole che scrive: non perché ne istituisca la genesi (autorialità del significante), ma perché le concepisce come se le incidesse a punta secca; il senso, in altre parole, è una “barba” . Penso quasi a Fosco Maraini. Ma qui la stessa capacità fabulatoria, si fa violenta nella chiusa asimmetrica dei versi, meno disposta a rasserenamenti provvisori, un uso più smagato della lingua, maldisposta alla tirannia del ritmo. Artifici, artifici. Questa provvisoria parade di manichini maldestri, sorpresi in piccole vacanze, disattenti e fuggevoli, assenti da sé, è letteralmente un circo alla rovescia: l’equilibrismo è nella stasi, non nel movimento. Anche per Francesco, come in Kantor, gli oggetti riassumono e consumano la loro vita nell’attesa di uno sguardo che li liberi e renda possibile un loro ritorno. Ma verso dove, non è dato saperlo. Non scommetterei, infatti, che per alcuni di loro il paradiso sia altro che la discarica da cui provengono.

Marcello Gallucci

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